Il Monte Soratte 

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" storia e leggenda"

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Un’isola nella Campagna Romana: il Monte Soratte

Località: Monte Soratte

Comune: S. Oreste (RM)

Si narrano molte leggende su questa "strana" montagna, che ipotizzano la sua creazione ad un’origine cosmica: una meteora caduta sulla terra in epoche lontanissime. Il Monte Soratte, in realtà, rappresenta la propaggine più settentrionale di un’area che, circa 200 milioni di anni fa, nel Giurassico, si trovava nel mare in un ambiente di piattaforma carbonatica, tra la bassa e l’alta marea e confinante attraverso scarpate sottomarine con bacini pelagici.

Profonde e persistenti forze di frattura che colpirono tutta la Regione ribassarono alcuni settori della piattaforma; in certi casi quando le dislocazioni erano più intense, le aree "annegavano" in acque più profonde e, nei bacini che si andavano creando, talora emergevano dal fondo, senza tuttavia raggiungere la superficie, le montagne sottomarine, come il Monte Soratte, il Promontorio del Circeo e i piccoli rilievi calcarei dei monti Cupellone, Cuculo e Belvedere che si estendono verso sud fino ai Monti Cornicolani. I terreni affioranti lungo il Monte Soratte e nel paese di S. Oreste (costituiti da calcari bianchi non stratificati e da calcari di colore grigio-nocciola con resti fossili di spicole di spugne, radiolari, brachiopodi) indicano il passaggio da un ambiente di mare superficiale ad una ambiente di mare più profondo.

La storia continua dall’alto di questo monte dalla caratteristica cima a tre punte, dove è possibile immaginare l’antico paesaggio del Pliocene (circa 5 milioni di anni fa): il mare arrivava a lambire la catena appenninica e circondava completamente il Monte Soratte, emerso come un’ isolotto. Dopo essersi ritirato verso ovest, il mare viene sostituito via via da fiumi e specchi lacustri, a loro volta ricoperti in seguito dai tufi emessi dal Vulcano Laziale.

Un itinerario geologico che ha per "protagonista" il Monte Soratte, potrebbe essere iniziare dal paese di S. Oreste, e, attraverso l'attuale percorso, continuare fino alla cima del Monte, per poi includere una visita alle grotte di origine carsica: i "Meri" del Soratte. Queste impressionanti grotte situate a poca distanza dal paese di S. Oreste sono tre cavità comunicanti tra loro costituite da profondi pozzi verticali di cui uno arriva fino a 120 metri. Questo percorso offre l’opportunità di visitare il convento di S. Maria delle Grazie (prima metà dell’800) e la Chiesa di S. Silverio (XVI sec.) edificata sulla cima del monte, testimonianze dell’importanza del Monte Soratte come luogo di culto e di devozione fin dall’antichità.

EREBUS

 

Anche una grotta di non eccezionali dimensioni può essere intensamente vissuta e portare a risultati significativi.

 

Emanuele CAPPA

SSI - ASR '86

 

Orazio (Ezio) CARALLO

SSI

 

Antonella SANTINI

ASR'86

 

in nome di tutta la tribù dei partecipanti

 

RIASSUNTO

Descrizione di una cavità verticale del Monte Soratte (a nord di Roma), profonda 115 metri, di cui l'esplorazione e lo studio hanno portato nuova luce sulle caratteristiche dei fenomeni carsici di questo massiccio, una delle più piccole aree carsiche del Lazio, integralmente calcarea ma isolata dalle altre unità carsificabili della regione.

Abstract

A report on a vertical cave of Mount Soratte (North of Rome, Italy), 115 m deep, whose exploration and study give new information on the features of the karstic phenomena of this outcrop, one of the smallest karstic areas of Latium, fully calcareous but isolated from the other limestone mountains of the region.

 

PREMESSA

Il Monte Soratte si erge, solitario e dirupato, sulla sponda destra del Tevere tra Orte e Roma, ben visibile anche da lontano. È circondato da bassi rilievi collinosi, formati da sedimenti marini, fluvio-lacustri o vulcanici, sopra i quali si innalza bruscamente di 450 m, raggiungendo alla cima l'altezza di soli 691 m slm, ed è costituito interamente da rocce calcaree. Su una sua spalla si trova l'abitato antico di S. Oreste e tutto il Monte rientra nel territorio di tale comune. Il rilievo che emerge dai sedimenti circostanti costituisce una delle più piccole aree carsiche del Lazio: lungo 4 km, largo a stento 1 km, copre un'area di circa 3,5 Kmq.
Molti si chiederanno il perché di questa comunicazione, che presenta una grotta poco profonda per gli standard nazionali: vi accontentiamo subito facendovi sapere che il potenziale esplorativo del M. Soratte è ancora lontano dall'esaurimento; i suoi versanti, molto scoscesi, sono totalmente privi di corsi d'acqua in qualunque stagione e le acque piovane percolano attraverso una fitta rete di fratture verticali raggiungendo tutte la falda profonda a quota 100 m slm circa, dunque ben al di sotto del livello delle colline circostanti. Ciò nonostante delle oltre 20 grotte conosciute ed accatastate solo due superano appena i 100 m di profondità: sono la 2 LaRM Mero Grande (-112 m), esplorata dal Circolo Speleologico Romano nel 1920, e la 514 LaRM Grotta di Santa Lucia (-110 m), apertasi sul fronte di una cava durante la Settimana Santa del 1967 ed esplorata subito dopo dallo Speleo Club Roma. Come si vede, la "esplorazione speleologica" del Soratte data dai primi decenni del secolo e già nel 1932 il barone Franchetti pubblicava su Grotte d'Italia (rivista dell'Istituto Italiano di Speleologia, che allora usciva regolarmente in 4 numeri l'anno) una prima relazione, corredata da rilievi, sulle cavità scoperte dal CSR in tale massiccio. Tra queste, per decenni ha sollecitato la paziente e testarda ricerca di alcuni speleologi romani il nome di una voragine al cui ingresso era attribuita in Catasto la posizione e la quota proprio della cima del monte, a fianco dell'antichissimo eremo di S. Silvestro, cavità che per altro non appariva compiutamente descritta né rilevata. Come conseguenza i moderni speleologi, tra i quali quelli che saranno nominati qui poco più avanti, hanno per anni battuto la cresta sommitale del Soratte, hanno trovato altre cavità, ma la 34 LaRM Grotta II del Monte Soratte e, così pure, la sottostante 48 LaRM Grotta di Gasperone (famoso bandito dell'800) restano tuttora nel registro dei latitanti.
Ora anche Erebus, l'abisso che ci accingiamo a descrivervi, raggiunge la considerevole (per il luogo in cui si apre) profondità di 115 m, esplorati e rilevati e la corrente d'aria che lo percorre fa sperare che prosegua ancora: ecco perché ci permettiamo di farvela conoscere. La posizione del suo ingresso non corrisponde, né come coordinate né come quota, a quella delle due grotte sopracitate ma rimane l'interrogativo che possa essere una di loro.

L'ESPLORAZIONE

Il 24 Dicembre 1989 Federico Donati †, Ezio Carallo ed altri amici, di ritorno dalla Grotta Andrea Innocenzi, vagavano per il Monte Soratte alla ricerca di nuovi buchi quando videro uscire un gruppetto di ragazzi da un'apertura: Federico, nell'entusiasmo, senza nemmeno ritirar fuori le corde dallo zaino, scende in libera un primo saltino e constata che si tratta di un'imponente spaccatura che s'inabissa; nessuno dei presenti aveva saputo dirgli che grotta fosse, perciò decide di tornarci ma, non avendola ben localizzata, non riescono nelle successive uscite a ritrovarla.
Si arriva così al 15 agosto 1993, quando la solita coppia scopre che tutto il versante settentrionale del M. Soratte era stato devastato da un incendio, esiziale per la preziosa flora mediterranea del monte, ma favorevole perché consente loro di ritrovare l'ingresso, in mezzo ad un paesaggio spettrale di calcare annerito e tronchi carbonizzati. Scendono con le corde un paio di salti arrivando al fondo (punto B del rilievo) dove notano una possibile prosecuzione che però richiede una disostruzione. Solo due anni più tardi, il 27.8.1995, possono però tornare, assieme ad Anna De Angelis; giunti al fondo, per tentare di proseguire concludono che occorre una corda in più: Ezio risale al primo saltino, superabile anche in libera, e lo disarma; nel frattempo Federico ed Anna vedono un pipistrello uscire in volo da un piccolo foro posto poco più in alto del fondo (sotto al punto A del rilievo), perciò si mettono ad allargarlo a martellate: sboccano così in un ambiente abbastanza grande e dalla strettoia inizia a soffiare una forte corrente d'aria ascendente ma poco oltre sono costretti ad arrestarsi su una seconda strettoia. Questa volta non si lasciano sfuggire l'occasione, il 15 ottobre ritornano, demolita una lama di roccia che creava il secondo restringimento scendono per una trentina di metri, arrivando alla base di una diaclasi piena di blocchi cementati da concrezione in fase di disfacimento; il meandro scende e termina con un pozzetto di circa 6 m.
Il 10 dicembre Federico ed Ezio si calano nel pozzetto trovando un ambiente di "favola": su una base di blocchi di frana si vedono stalagmiti, stalattiti e persino eccentriche. Il meandro continua, sembra percorribile ma non riescono a passare. L'11 febbraio 1996 un gruppo di otto persone dell'ASR.'86 si presenta all'imbocco della grotta, che è ancora senza nome; dall'ingresso sale una colonna d'aria calda che fa appannare gli occhiali, invece sotto la prima strettoia l'aria soffia più fresca, stranezza che attende ancora una spiegazione.
Sceso il pozzetto finale (P6) Ezio ed Emanuele filtrano tra i grossi massi del pavimento e raggiungono un ambiente ancora più concrezionato dal quale partono tre pozzetti allineati. Il 25 febbraio tornano muniti di ulteriori corde, con la compagnia di Andrea Giura Longo e Marzia Fulli del GS CAI Roma; gli "ospiti" insieme a Papera (Antonella Santini) si calano nel pozzetto giusto e arrivano sull'orlo di un salto valutato profondo 20 metri.
Domenica 3 marzo Federico, Emanuele, Ezio ed Anna scendono nella prosecuzione che si rivela più complessa di quanto sembrava tanto che solo Ezio riesce a raggiungere l'imbocco del P20 dopo aver usato la corda portata per scenderlo.
Nuova uscita, in massa, il 10 marzo: Federico ed Emanuele esplorano con cura gli altri due pozzetti posti un po' più in alto, che vengono battezzati i Pozzi Gemelli; essi costituiscono un ambiente concrezionatissimo nel quale anche il passaggio di un solo esploratore comporta inevitabili distruzioni; pertanto decidono di non tornare più per eseguire un rilievo preciso, che resterà dunque solo sotto forma di schizzo.
Nel frattempo Stefano Soro e Riccardo Hallgass compiono due traversi da brivido sopra al P20 raggiungendo una nuova zona discendente ma la corda non basta per raggiungere il fondo.
Si ritorna il 17 e 31 marzo e infine il 5 maggio: si completano le discese che portano a -115 e -100 m, arrestandosi su piani costituiti da intasamenti di massi incastrati e concrezionati. Si intuiscono possibili prosecuzioni, che richiederebbero però difficili manovre aeree o disostruzioni: si ripiega completando il rilievo della parte esplorata. Lungi da noi tuttavia l'intenzione di mollare, continuiamo - anche mentre si scrivono queste righe - ad affrontare traversi e risalite.

DESCRIZIONE

L'ingresso si apre sul versante sud-ovest del M. Soratte a quota 634 m slm, poco sotto la sella che separa l'anticima nord dalla vetta (691 m slm). Raggiunto l'Eremo di S. Silvestro, si scende per un sentiero poco battuto fin quasi alla sella e quindi, svoltando a sinistra, per roccette miste a fitta vegetazione mediterranea si raggiunge dopo pochi metri la grotta il cui imbocco, benché abbastanza ampio, diventa visibile solo quando si perviene al suo orlo: esso consiste di una "spaccatura" quasi verticale, orientata SE-NW, priva di segni di modellamento idrico. Immediatamente sotto però le pareti si presentano ricoperte da uno spesso strato di concrezione (anche oltre un metro!) che maschera l'aspetto superficiale della roccia, così come in altri punti lo è una estesa formazione di concrezioni coralloidi, che presuppongono un intenso stillicidio ed una scarsa circolazione d'aria, ossia il contrario delle condizioni attuali. Si notano anche numerose stalattiti e stalagmiti anomali, con chiari segni di successivi cicli deposizionali in condizioni ambientali diverse, e in gran parte anch'esse secche; si ha inoltre l'impressione che l'attuale ciclo debba essersi attivato da relativamente breve tempo: ora durante l'inverno la grotta è percorsa da una corrente d'aria ascendente, in uscita, fresca nelle parti basse, ma più calda da -30 m all'ingresso.
Come mostra il rilievo, sceso un saltino a cielo aperto di 4 m, si prosegue in ripida discesa su uno scivolo fangoso lungo circa 15 m, ingombro nella sua seconda parte da grandi massi: l'osservatore attento scopre che non si tratta dei soliti blocchi di roccia franati, ma di grandi frammenti della concrezione che copre, ormai solo in parte, la parete sinistra. Si scendono con le corde un P6 e quindi un P11; dalla base di quest'ultimo parte in retroversione uno scivolo fangoso che porta al "vecchio" fondo dove si raggiunge la quota di -46 m; la larghezza della spaccatura in questa zona è compresa tra 1 e 2 m.
Se invece si oltrepassa in avanti uno stretto passaggio tra i massi di una frana verticale si scopre che la fessura prosegue stretta ed in leggera discesa fino ad un saltino di 6 m. Qui cominciano le prime belle concrezioni (siamo giunti a -50 m dall'ingresso), ma il concrezionamento è in disfacimento e coperto da detriti polverulenti. Un passaggio porta, in retroversione, alla zona dei Pozzi Gemelli ed un analogo passaggio tra i massi del pavimento conduce ad un allargamento sottostante; la fessura consente di scendere in tre punti diversi: due sboccano nuovamente nei Pozzi Gemelli congiungendosi tra loro e la discesa termina su fondo concrezionato a -70 m; il terzo saltino (P4) permette di raggiungere una zona in cui la spaccatura si allarga e diviene possibile percorrerla su più livelli, poggiando i piedi su massi incastrati in modo piuttosto precario.
Per proseguire si risale di 3 m con una corda, si scende un P6 e si traversa sopra un pozzo non ancora esplorato. Subito più avanti un P20 ed un P15 stretto conducono al fondo di -115 m, anche questo completamente tappato da concrezionamento. Traversando invece in cima al P20 (punto E sul rilievo), si risale di 5 m fino ad una cresta fangosa grazie ad un armo alquanto "aereo"; scendendo e poi traversando, sempre con l'ausilio di una corda fissa, per 6 m la spaccatura che va allargandosi, si raggiunge un terrazzino sospeso, formato da massi incastrati, dal quale si cala poi per 20 m su corda, atterrando su un altro fondo a -100 m, su una congerie di grossi massi tra i quali filtra aria. Le misure di quest'ultimo ambiente sono ragguardevoli rispetto ai precedenti: la spaccatura è larga 2 m, lunga 15 m ed alta non meno di 25 m; essa si presenta più obliqua rispetto all'ingresso, con una pendenza di 60°, e si immerge a SSW.

OSSERVAZIONI GEOMORFOLOGICHE

Il Monte Soratte costituisce un "alto strutturale" sollevatosi, nel corso dell'evoluzione della catena appenninica, rispetto ai terreni circostanti che sono molto più recenti; a NE ed E è circondato da sedimenti argillosi e sabbiosi depositatisi in un mare poco profondo - dal quale il monte già emergeva come un'isola dirupata - tra la fine del Pliocene e l'inizio del Pleistocene; a N e W gli stessi sedimenti si presentano ora ricoperti da tufi vulcanici del medio Pleistocene.
La struttura del monte è costituita da due scaglie tettoniche parzialmente sovrapposte di calcari della serie Umbro-Sabina, stratigraficamente costituite, nella dorsale sommitale che include la nostra grotta, da Calcare Massiccio del Giurassico (Sinemuriano inf.-Hettangiano) e da calcari della formazione Cigno-Marmarone, sempre del Giura ma più recenti (Pliensbachiano-Sinemuriano sup.), presenti però ora più in basso, principalmente nella spalla su cui si trova l'abitato di S. Oreste.
I fenomeni carsici superficiali si limitano essenzialmente a scarne micro-forme sulle pur numerose rocce affioranti mentre le forme più vistose, quali le doline, sono del tutto assenti.
All'interno le forme prodotte dall'erosione idrica sono presenti quasi esclusivamente nelle cavità di quota più bassa e costituite essenzialmente da pozzi fusiformi; assenti, o quasi, sopra quota 300 m slm i cunicoli freatici e le gallerie vadose.
In Erebus si può affermare che l'azione speleogenetica sia stata esclusivamente di natura tettonica: dove si può osservare la forma della superficie rocciosa, essa non presenta alcuna traccia di lavorio dell'acqua. Tuttavia non si tratta sicuramente di vuoti sotterranei di origine recente: proprio in questa grotta sono stati trovati chiari indizi circa l'antichità della loro origine ed ampliamento, grazie all'osservazione dei fenomeni concrezionali qui presenti in misura molto più diffusa che nelle altre cavità della dorsale del monte. Purtroppo non è stato ancora possibile effettuare carotaggi degli spessi crostoni concrezionali, da sottoporre a datazioni radiometriche a varie profondità, ma il loro spessore (che giunge presso l'ingresso di Erebus a quasi 1,20 m) e la posizione (immediatamente sotto la superficie esterna attuale) ci dicono che gli ambienti erano già compiutamente formati quando la superficie esterna doveva trovarsi molto più in alto. D'altra parte la piuttosto scarsa solubilità della roccia a fronte degli eventi meteorici (minimo modellamento delle forme carsiche superficiali, il profilo della sommità del monte è rimasto praticamente inalterato negli ultimi 1500 anni come comprovato dalle strutture monastiche presenti, che risalgono al tardo-antico e all'alto medioevo) non depone a favore di un rapido (in termini geologici) smantellamento della dorsale.
A questo paleo-concrezionamento, ora in fase di demolizione (la maggior parte dei massi che ostruiscono qua e là la fenditura della grotta sembra costituita da frammenti dello spesso crostone concrezionale) è poi succeduto un concrezionamento stalatto-stalagmitico molto decorativo ma, come già riferito nella descrizione, esso presenta evidenze di un alternarsi di più cicli di suo sviluppo e successiva fossilizzazione/degenerazione: anche questo dunque conferma che la grotta si trova in condizioni "fossili" da ormai molto tempo.

OSSERVAZIONI CONCLUSIVE

L'abisso Erebus, pur nella sua - almeno per ora - limitata profondità, si è dimostrato di particolare interesse perché un suo studio più approfondito potrà consentire la ricostruzione dell'evoluzione dei fenomeni carsici profondi del Monte Soratte e forse anche della storia climatica locale.
Sotto il profilo estetico questa grotta si classifica tra quelle più interessanti del Lazio ma, dato che attualmente il suo concrezionamento non è più in fase di sviluppo, sorge chiara l'esigenza di averne molto rispetto. La cavità è generalmente alquanto stretta, perciò occorre percorrerla con grande attenzione per le concrezioni e, possibilmente, limitare drasticamente la frequentazione allo stretto indispensabile per la sua esplorazione e studio.

Bibliografia

A.A.V.V. (1967-75),
Carta geologica d'Italia - Foglio 144 e relative Note illustrative, Servizio Geologico d'Italia, Roma.

FRANCHETTI Carlo (1932),
Il Monte Soratte e la sua importanza speleologica, Le Grotte d'Italia, Istituto Italiano di Speleologia, anno VI, n. 4, Postumia, pp. 161-168.

SEGRE Algo G. (1948),
I fenomeni carsici e la speleologia nel Lazio, Istituto di Geografia dell'Università di Roma, serie A, n. 7, pp. 59-62.

CAPPA Emanuele (1996),
Erebus, Notiziario Speleo Club Roma, n. 12, pp. 39-40

Eremi e miracoli sulla montagna sacra di Roma
IL SORATTE, ALLE PORTE DELLA CAPITALE, HA UNA NOBILTÀ DOVUTA ALLA SUA STORIA
 

Un particolare dell’incontro fra San Silvestro e l’imperatore Costantino (Nea)

 

Nica Fiori

Situato a pochi chilometri da Roma, vicino a Sant’Oreste, il Monte Soratte è sempre stato per gli abitanti della capitale sinonimo di pace e tranquillità. Molti illustri personaggi, poeti, papi, principi e imperatori, si sono sentiti attratti da questa montagna il cui inconfondibile profilo, isolato in una campagna ancora piuttosto selvatica, domina il paesaggio a nord di Roma. Gabriele D’Annunzio lo definì «apollineo», in quanto patria ideale della poesia: basta pensare ai versi che Orazio e Virgilio gli hanno dedicato; mentre l’archeologo Gaetano Messineo, in un libro del 1997, lo chiama «montagna sacra». E proprio un senso di sacralità, in effetti, si respira percorrendo a piedi la via degli eremi: un percorso un po’ faticoso che conduce a sei chiesette immerse in uno scenario arcadico, tra ginestre e querce ombrose, massi di calcare bianco e prati verdi. Nel Medio Evo il Soratte fu teatro di un grande fermento religioso, perché diversi ordini monastici decisero di costruirvi i loro cenobi. Ne parla già san Gregorio Magno nei suoi Dialoghi (590-604), celebrando le virtù e i miracoli del benedettino Nonnoso, mite nel dirigere la comunità, umile e paziente nel sopportare il suo iracondo abate. Narra Gregorio che Nonnoso, avendo rotto una delle lampade dell’oratorio, ottenne con la preghiera che tornasse intatta, evitando i temuti rimproveri; un’altra volta, essendo finito l’olio, fece spremere le poche olive degli alberi del monastero, con cui riuscì a riempire solo un vasetto; ma avendone versata qualche goccia in tutti i recipienti, questi furono poi miracolosamente trovati ricolmi. Nei Dialoghi non viene indicato il nome del monastero di Nonnoso, ma poiché sembrerebbe essere in cima al monte, potrebbe trattarsi di quello di San Silvestro, legato al ricordo di uno dei più grandi pontefici del primo Cristianesimo. Secondo una leggenda, papa Silvestro I viveva in contemplazione sul Soratte quando l’imperatore Costantino si ammalò di lebbra; saputa la notizia, Silvestro montò su una mula bianca materializzatasi dal nulla e in soli tre balzi miracolosi giunse al palazzo del morente. L’Imperatore guarì e per riconoscenza concesse al Papa il potere temporale: il documento con cui l’Imperatore cristiano cedeva al Pontefice il dominio sul Patrimonio di san Pietro, la famosa Donazione di Costantino, si è rivelato in seguito uno scritto apocrifo, ma anche i più scettici possono oggi vedere, nei pressi di Rignano Flaminio, di Prima Porta e a Roma, le impronte della mula presumibilmente mandata dal cielo sulla strada di Silvestro. Una cronaca della fine del X secolo fa risalire proprio a San Silvestro la fondazione del monastero che porta il suo nome e che sarebbe stato poi distrutto da Giuliano l’Apostata e ricostruito da papa Damaso, per essere nuovamente distrutto dai Longobardi. Lo storico dei Franchi, Eginardo, sostiene che fu invece Carlomanno, il primogenito di Carlo Martello, a costruire l’eremo, del quale probabilmente dovette curare l’ampliamento o il restauro. Carlomanno era un uomo di bellissimo aspetto, guerriero indomabile eppure sensibile ai richiami interiori. Quando, per caso, nel 746 mise piede sulle pendici del Soratte, qualcosa gli si aprì nell’anima e sentì che quel monte sarebbe stato la sua casa, il luogo per avvicinarsi a Dio. Rinunciò a tutto per ritirarsi in preghiera tra i boschi, finché decise di costruire un monastero: secondo Messineo, si trattava dell’eremo di Sant’Andrea, che nel XIII secolo fu unito a quello di San Silvestro. La chiesa di San Silvestro sorge a 691 metri di altezza, sulla cima ventosa del monte, forse nel punto in cui un tempo c’era un tempio pagano. In pietra calcarea a blocchi irregolari, è preceduta da una torre difensiva dell’XI secolo. Al suo interno, diviso in tre navate da pilastri in muratura, alcuni affreschi contribuiscono ad accrescere la spiritualità del luogo, come la dolcissima Madonna col Bambino. Alcuni gradini conducono al presbiterio, dove c’è un altare che potrebbe essere dell’età di Carlomanno o essere stato eretto nel XII secolo usando una transenna di età carolingia. Nella cripta altri affreschi, tra cui un san Michele, una presenza non casuale: le grotte e i sotterranei, infatti, così vicini alle viscere della terra, possono nascondere tenebrose presenze, ma Michele, il difensore del giudizio divino, è lì pronto a contrastare i demoni e a guidare le anime verso il cielo. Tutta la zona è piena di grotte e anfratti che odorano ancora di santità e misticismo, ma sono anche piene di misteriose presenze. Come quelle che si avvertono nella grotta chiamata «Li Meri»: gli strani richiami che risuonano tra le rocce sono certo versi di gufi, pipistrelli, marmotte e altre bestiole, ma la sensazione di trovarsi a contatto con un mondo di tenebre è fortissima. Ben altra atmosfera è quella che circonda gli eremi - di Sant’Antonio, di Santa Lucia, di San Sebastiano e di Santa Romana - sparsi sulle pendici del monte. Uno dei più suggestivi è quello di Sant’Antonio Abate, ricordato per la prima volta al tempo del beato Antonio Giustiniani, vissuto a cavallo fra Quattrocento e Cinquecento. Col suo aspetto diroccato e scarno che si intona perfettamente al paesaggio brullo e roccioso, si affaccia su un alto strapiombo: nel campaniletto a vela che sovrasta la semplice facciata di pietra un riquadro di cielo di un azzurro puro e intenso occupa lo spazio lasciato vuoto dalla campana. Sembra di essere completamente fuori dal mondo, eppure basta inerpicarsi per poche decine di metri per arrivare al monastero della Madonna delle Grazie, il solo ancora abitato. Nei secoli passati gli altri eremi furono abbandonati, l’uno dopo l’altro, non solo per la difficoltà di sopravvivere in un ambiente quasi privo di terra coltivabile, ma soprattutto a causa dei frequenti fulmini che si abbattevano sul monte. Santa Maria delle Grazie si trova in posizione più riparata, tra due promontori rocciosi: dal cosiddetto Belvedere si offre una splendida vista sulla campagna romana, il Lago di Bracciano, i Monti Sabini. Ma il romitorio più affascinante è quello di Santa Romana: una cappella rupestre, ossia ricavata nella grotta nella quale, secondo la leggenda, santa Romana avrebbe ricevuto il Battesimo nel IV secolo. Al suo interno c’è un pozzetto, la cui acqua è ancora oggi bevuta dalle donne che allattano. Oltre a donare latte, si favoleggia che quest’acqua miracolosa sia apportatrice di benessere materiale e spirituale. Come si addice al «monte della poesia».